Archivio di novembre, 2016

FIDEL

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Come è noto, Don Chisciotte promette a Sancio un’isola, alla fine dell’Avventura. A Cuba letteratura e politica, immaginario e reale si confondono spesso. Il romanzo di Cervantes continua, e adesso tocca a Sancio. Col distacco inevitabile, e si apre il terzo volume.

 

Ho suggerito questo tema a due artisti, due Caballeros della Mancia dello spirito. Ecco le due bellissime illustrazioni, delle quali a nome di Dulcinea del Toboso e del Baccelliere Sansone Carrasco li ringrazio. Possano raggiungere l’Hidalgo volante, o perlomeno Ronzinante.


fidel

 

Fidel montò in arcione su Ronzinante  che vola

E disse a Sancio sull’asino, triste commosso e confuso:

“Ti avevo promesso un’isola, sono stato di parola.

Fanne buon uso”.

***

ralli fidel

disegno di Luca Ralli

don fidel copia

disegno di Roberto Perini

Scritto da Francesco Spadoni

28 novembre 2016

Posted in DIARIO 2016

4 NOVEMBRE 1966. DIARIO

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Alluzione 1 liv

di David Riondino

 

4 NOVEMBRE 1966. DIARIO.

 

1

Nel pomeriggio, ricordo, giocai

a calcio, all’oratorio. Non sembrava

cosi grave. Pioveva: immaginai

che come sempre, poi l’Arno calava.

Ma venne notte, e non finiva mai

la pioggia, con il fiume che montava:

finché fu chiara la devastazione,

e sigillato il termine: Alluvione.

 

2

Io non avevo la televisione,

e anche se c’era, di notte taceva:

e così mi ricordo la tensione

che saliva, la radio che diceva

che gonfiava. Ricordo l’ossessione

infinita dell’acqua che cresceva,

e il fatto di sentirsi come se

fossimo dentro l’arca di Noè.

 

3

Poi viene la mattina, e scopri che

tutta Firenze è sotto, diparecchio.

Si spargono le voci: “dice che

la piena ha già travolto il Ponte Vecchio…

neanche i tedeschi!… “ dice. Poi non è

vero, e comunque compri scopa e secchio,

le scatolette e l’acqua minerale

“…che quella del comune farà male…”

 

4

Ascoltammo il diluvio universale

in radio, fermi e zitti, ora per ora:

era una voce tragica e fatale,

la voce della radio di allora.

Controllavamo fuori quanto sale,

quanto mancava alla nostra dimora:

dopo due giorni di incubo e di angosce

scendemmo in centro, armati di calosce.

 

5

E si girava col fango alle cosce

e nel fango era tutto mescolato

e quasi niente più si riconosce

come se il fiume avesse traslocato

le cose dritte diventano mosce

e la desolazione da ogni lato

e tutto avvolto in una melma scura

che puzza di rovina e sventura.

 

6

Ma dopo poco, passa la paura:

nella mancanza di ogni indicazione,

si rivela la fervida natura

della dinamica popolazione.

Ed è qui che comincia l’avventura,

la famosa Epopea dell’Alluvione:

che ci ha fatto vedere da vicino

che cosa sia l’Orgoglio Cittadino.

 

7

Faceva parte, allora, mio cugino

di un gruppo Scout piuttosto organizzato,

e lo raggiunsi; e da San Jacopino

ci movemmo in manipolo attrezzato.

Era bello il Boy Scout fiorentino,

quando Renzi non era ancora nato:

e veloci si mossero spediti

a Santa Croce, tra i palazzi arditi.

 

8

Nei labirinti pieni di detriti,

viscere di manieri fiorentini,

io mi ricordo che siamo finiti

in un groviglio di tappi e tappini,

a spostare dei sacchi marciti,

nauseabondi come gli intestini:

ed uno scout che mi stava vicino,

tutt’un tratto sparì dentro un tombino.

 

9

Strillò come un augello, il poverino:

ma per l’appunto il fango nascondeva

i tombini, o magari era il destino

che ci ghermiva dove ci attendeva.

L’uomo e la donna, il vecchio ed il bambino

si mescolava e si riconosceva:

ed il destino mi portò fatale

dentro la Biblioteca Nazionale.

 

10

Ci passavamo a mano per le scale

gusci di fango in forma di volume,

come se fosse quasi naturale

ricevere la visita del fiume.

Il Fango e la Sapienza Universale

stavano nel medesimo costume:

e qui nasceva la Meditazione,

La Metafisica dell’Alluvione.

 

11

A una cert’ora c’era refezione,

e si ammucchiava nello stesso posto

e sullo stesso grande tavolone

pane, prosciutto, e il Tasso con l’Ariosto.

Eccola, la magnifica visione

di tante meraviglie fuori posto:

e libri, e fango, e vino ovunque giri:

pareva Babilonia degli Assiri.

 

12

Insomma c’era un incanto, traspiri

un incanto, che sembra di sognare:

c’è qualche cosa nell’aria che respiri,

che resta, e non si può dimenticare.

In Biblioteca dormi, lavi e stiri,

e si ragiona di ricominciare:

severi come Dante e Brunelleschi

ma scervellati come Palazzeschi.

 

13

E gli angeli bibliofili tedeschi,

americani, inglesi. Gli eruditi,

gli stranieri sapienti e principeschi,

i francesini giovani ed arditi,

esperti in miniature ed arabeschi…

E molti codici sono spariti,

in quei giorni. E sovente, la serata

si concludeva in una fiaccolata.

 

14

Ricordo che in quei giorni fu inviata,

dal nord, una “Colonna Mondadori”,

annunciata da una telefonata

a mio padre. Amicizie di scrittori,

un padrino nel ramo, la brigata

di toscani a Milano, gli editori;

e diversi automezzi in formazione

giunsero una mattina sul portone.

 

15

E non so più per che combinazione

(la situazione era eccitata, strana)

mi ritrovai da solo sul gippone

a guidare l’intera carovana:

mi persi. L’incertezza, l’emozione,

o la città così diversa e strana…

E chissà mai se poi sarà arrivata

la carovana, e chi l’avrà trovata…

 

16

Vidi in Piazza Stazione un’ammucchiata

di biciclette, spinte a naufragare

sopra i gradini della scalinata

come i rifiuti che trascina il mare.

E un matto con la bocca sdentata

che ci gridava: “venite a guardare!

guarda le biciclette attorcigliate,

fanno l’amore, sono innamorate!!…”

 

17

Poi mi ricordo che sono passate,

nel vuoto, tre figure e tre cavalli,

gente di circo. Le vesti stracciate,

avevano dei drappi rossi e gialli.

Camminavano come trasognate,

tintinnavano zoccoli e metalli.

Tenevano i cavalli alla cavezza,

dirigevano verso la Fortezza.

 

18

Si stava in quella specie di incertezza

tra sogno e veglia. Ci era rivelata,

sotto lo stesso stemma di bellezza,

una città diversa, rinnovata

da una potente, buia giovinezza,

in una varietà disordinata:

il mondo come forse appare a un matto,

a un cavallo, a una rondine, ad un gatto.

 

19

E mi sentivo stranamente adatto

a camminare per questo confine,

e mi sentivo vigile e distratto

in quelle mattinate fiorentine.

Come fossi davanti a un manufatto

d’oro, d’argenti e di materie fine:

il privilegio di una visione,

dentro la maestà dell’Alluvione.

 

20

Non è soltanto la desolazione,

quella che viene dentro le sciagure:

ma, nel bene e nel male, l’occasione

di incontrare antichissime paure.

Una potenza senza compassione

molto al di là delle nostre misure,

che viene indifferente da lontano,

dal tempo delle stelle e del vulcano.

 

21

E in un lampo intravedi il dio pagano,

quello del tuono del fiume dei venti,

indifferente all’intelletto umano,

capriccioso signore degli eventi.

Nell’idea di qualcosa oltre l’umano

che si scatena dentro gli elementi,

per un attimo appare da vicino

la furia indifferente del divino.

 

22

Poi tutto passa, e riprende il cammino,

e si torna a dividere e sfangare,

celebrando nel fango fiorentino

la nostra vocazione ad ordinare,

il nostro fragilissimo destino

di definire, di catalogare

argini per tenere l’acqua viva

e strade per andare alla deriva….

 

23

è una traccia così definitiva,

una sciagura di grande purezza,

se cinquant’anni dopo ancora arriva

questa buia, stranissima bellezza.

Non pensavo che fosse così viva,

quella Alluvione e quella giovinezza.

Rendo grazie alla cronaca e alla storia,

Che ha rinnovatoil volo alla memoria.

 

Scritto da Francesco Spadoni

5 novembre 2016

Posted in DIARIO 2016